Il corpo delle donne e la mente delle donne. Il corpo delle donne è la mente delle donne. Il corpo delle donne e il virtuale. Il corpo delle donne è il virtuale. La distanza amplifica il corpo delle donne. La distanza lo fa sembrare immenso. Tu fratello maschietto che vieni qui a guardare le fotografie che abbiamo postato. Perché senti forse più forte in queste il nostro corpo e la nostra mente. La distanza, il virtuale non sono i nemici della vicinanza e del reale. La distanza, il virtuale sono la metamorfosi della vicinanza e del reale. Quanti numeri ci sono sotto queste curve. Sinusoidi, parabole, iperboli. Non si ha ellissi del corpo delle donne. Iperbolico corpo delle donne. Parabola di un blog che non vuole essere un blog.

Cuerpo de mujer, blancas colinas, muslos blancos,

te pareces al mundo en tu actitud de entrega …

martedì 15 dicembre 2009

Maria Maddalena

<

Zinat Karzai














39 anni, ginecologa, la moglie del presidente afghano ha un figlio di due anni.

Suzanne Mubarak

























68 anni e una laureata all'Università americana del Cairo.

Hiro Ibrahim Ahmed Talabani

















Cresciuta sulle montagne col marito, ha fondato giornali nel Kurdistan iracheno.

Asma Assad






























34 anni, nata a Londra da genitori Siriani, ha tre figli e ha fondato un'associazione per lo sviluppo rurale.

Mozah Bint Nasser Al-Missned
















50 anni, laureata in sociologi, la sceicca del Qatar è mamma 7 volte ed è tra le 100 donne più influenti del globo.

Rania Al Abdullah


















39 anni, ha studiato businnes e lavorato prima di diventare regina di Giordania.

Azam Al-Sadat Farahi Ahmadinejad




























Sposa fantasma fino al 2006, la moglie di Ahmadinejad è laureata in ingegneria e ama fare ricerche su internet.

Convegno Casa delle Culture

Primo video



Secondo video



Terzo video

lunedì 14 dicembre 2009

Il Medio Oriente e le First Ladies

Non si accontentano di fare le mogli e le madri. Rania di Giordania, la più nota in Occidente e Mozah in Qatar, Hiro in Iraq, hanno conquistato un ruolo pubblico. Sono sempre più presenti agli incontri internazionali. E ora anche in prima linea: come la signora Ahmadinejad.
Alcune hanno sposato ricchissimi monarchi poligami. Altre presidenti, non sempre democraticamente eletti. Così sono entrate nel Club delle Prime Mogli, ma non si accontentano più d'essere solo consorti e madri. Si sono conquistate un ruolo pubblico. Dalla Giordania al Qatar, dall'Iran alla Siria, donne diverse per origini e cultura stanno cambiando (piano) le regole del gioco: alcune si occupano solo di cerimonie ufficiali e organizzazioni caritatevoli, le più moderne hanno più influenza, come le signore Ahmadinejad e Mubarak che al vertice Fao di Roma, la settimana scorsa( 26 novembre), hanno sostituito i potenti mariti. Ma non sarà anche una mossa di pubbliche relazioni? Per avere investimenti e appoggio politico, certi mariti strizzano l'occhio all'Occidente e mandano avanti una donna.

Indira Gandhi

Una Donna e il Potere - Indira Gandhi

Indira Priyadarshini Gandhi nata Nehru, seppe innalzare il subcontinente indiano al ruolo di grande potenza, governando la più popolosa democrazia del mondo nel periodo più difficile della sua storia: quello dello sviluppo.

Infanzia e vita prepolitica

Nata il 19 Novembre 1917 ad Allahabad, Indira era l'unica figlia di Kamla e Jawaharlal Nehru. Quest'ultimo fu il primo presidente dell'India indipendente e tale fatto fu solo l'apogeo di una vita completamente pervasa dalla politica. Fin dalla più tenera età Indira non poté fare a meno di rimanere coinvolta nella lotta per l'indipendenza dell'India che vide in concreto ogni membro della sua famiglia parteciparvi attivamente. I nonni, gli zii (tra i quali Vija Lakshmi Pandit, prima donna chiamata a presiedere l'ONU) e i genitori, ciclicamente venivano arrestati per reati contro l'Impero Britannico, costringendola fin da subito ad assumersi diverse responsabilità come donna di casa.

Capitava addirittura che in alcune occasioni tutti i componenti della famiglia fossero agli arresti e lei fosse l'unica rimasta libera. Ciò avvenne già all'età di quattro anni e nel decennio che seguì fu un'eventualità piuttosto frequente. Il duro trattamento cui furono sottoposti i suoi genitori durante i lunghi periodi di prigionia, indebolì notevolmente la salute della madre che fu costretta a trascorrere una lunga convalescenza in Svizzera, accompagnata dalla piccola Indira che aveva compiuto da poco gli otto anni.

La lontananza dal paese natio e gli studi in un collegio svizzero modificarono per sempre la sua visione del mondo. Infatti, provenendo da una famiglia molto ricca e culturalmente all'avanguardia, avrebbe potuto adagiarsi nel tradizionale riserbo delle donne indiane, in attesa di un buon matrimonio che gli garantisse un futuro prospero. Al contrario, trascorrere i primi anni dell'adolescenza in una nazione straniera gli permise di vedere la realtà della sua nazione con gli occhi di un'osservatrice distaccata, capace di vedere i difetti e i problemi pur mantenendo inalterato l'amor patrio trasmessole dal padre.

Rientrata in India divenne attiva nella guerriglia contro gli Inglesi già a 11 anni. Fondò la Monkey Brigade, una formazione costituita interamente da ragazzi che si ispirava all'esercito Monkey del poema epico Ramayana. Composto da più di seimila membri, il movimento ebbe ruolo attivo nella lotta per l'indipendenza sia fornendo un servizio accurato e sicuro di trasmissione delle comunicazioni tra i delegati dei movimenti per l'indipendenza sia attaccando impunemente alcune caserme inglesi. Come lei stessa ricorda, in questa prima parte della sua vita fu d'enorme importanza la vicinanza di suo padre e del Mahatma Gandhi che non la esclusero mai dalle discussioni politiche né dalla partecipazione attiva nelle azioni di protesta e di lotta. A proposito ella disse: "… le mie scelte furono influenzate da loro, dallo spirito d'uguaglianza che essi infusero in me; la mia ossessione per la giustizia viene da mio padre che a sua volta la ricevette dal Mahatma Gandhi. Però non è giusto dire che mio padre mi influenzò più degli altri… Furono tutti, fu un tutto..."

Lo stretto legame col padre, già profondamente chiaro dalle lettere che le scrisse dal carcere durante il tempo della Monkey Brigade, poi raccolte in due libri divenuti famosi, fu ulteriormente aumentato dalla prematura scomparsa della madre (1934) dovuta ad un cancro. L'improvvisa mancanza della figura materna sconvolse a lungo Indira che fino all'inizio della Seconda Guerra Mondiale si disinteressò della vita politica, dedicandosi unicamente agli studi superiori, diplomandosi prima alla Visva-Bharati University, nello stato del Bengala, per poi continuare i propri studi di nuovo all'estero presso il Sommersville College di Oxford in Gran Bretagna.

L'avvicinamento alla vita pubblica

La permanenza sul suolo inglese fu particolarmente fruttuoso per quel che riguarda l'attività politica della futura leader. Si iscrisse al partito laburista e cominciò un'intensa attività d'appoggio al movimento del Congresso indiano in cui era entrata nel 1938. L'impegnativo lavoro le permise di entrare in contatto con altri esponenti indiani del Movimento anch'essi in Gran Bretagna per motivi di studio e di lavoro. Tra loro v'era uno sconosciuto avvocato di Bombay, Ferozi Gandhi, omonimo, ma non parente, del Mahatma che riuscì a far breccia nel cuore della giovane Indira che fino ai diciotto anni si era professata profondamente convinta di poter fare a meno degli uomini. Quell'amore che poi sarebbe culminato nel matrimonio nel 1942 fu fortemente osteggiato addirittura da tutta l'India. I motivi erano semplici: Indira apparteneva ad una famiglia di Brahamini, di religione Indù, mentre Ferozi era un Parsi, discendente di un gruppo culturale fuggito secoli addietro dalla Persia per evitare le persecuzioni mussulmane. La differenza di religione, uno dei mali oscuri che affliggono ancora oggi l'India, costituiva un insormontabile problema per qualunque persona nata laggiù, tranne per Indira. Il padre Nehru fu in principio contrario ad un matrimonio che provocava dissidi persino tra i sostenitori del suo partito e faceva ricevere alla sposa centinaia di lettere minatorie al giorno, ma fu costretto a cedere all'ostinato rifiuto della figlia di rinviare le nozze anche di un solo giorno. La cerimonia avvenne nel Febbraio del 1942.

Se Nehru aveva creduto che la vita coniugale avrebbe potuto cambiare almeno parzialmente il carattere troppo irrequieto della figlia, si dovette ricredere ben presto. Anche Ferozi era impegnato politicamente quanto la moglie. Da un'unione del genere non ci si poteva aspettare altro se non una dura lotta d'opposizione all'occupazione britannica. Già sei mesi dopo le nozze, le autorità di Sua Maestà li avevano arrestati con l'accusa di attività sovversiva. Indira fu condannata a 7 anni di reclusione che furono poi convertiti in tredici mesi di cui solo nove effettivamente scontati nelle prigioni indiane. Il suo coinvolgimento nella lotta per l'indipendenza dell'India fu via via maggiore e quando il grande paese finalmente la ottenne nel 1947, la nomina di suo padre a primo presidente della repubblica indiana sembrava preludere ad una sua attiva partecipazione al governo. Invece là dove non erano riusciti né i fanatici religiosi né la polizia britannica, riuscì la nascita in rapida successione dei suoi due figli. Il nuovo ruolo di madre la convinse a mettere momentaneamente da parte le sue aspettative politiche per dedicarsi alla vita familiare. Nei suoi ricordi quegli anni vengono dipinti come i più felici della sua vita e non c'è motivo di dubitarne, potendo vedere quale amore legò alla madre entrambi i figli.

Il distacco dalla vita pubblica durò fino al 1955, quando le fu affidato l'incarico di prima collaboratrice del padre. Come segretaria e consigliere personale dell'illustre genitore ebbe modo di abituarsi al potere senza dover subire gli aspetti negativi della pressione causata dal suo diretto esercizio. Già nel 1957 a Chamba parlò per la prima volta ufficialmente in un comizio elettorale al posto del padre, raccogliendo grandi consensi. Il successo era proprio dietro l'angolo. Come sovente accade, le fortune professionali non coincidono con quelle familiari. Il sempre maggiore coinvolgimento di Indira negli affari di stato causò un progressivo allontanamento dal marito che, abituato a un ménage tranquillo e compassato aveva mal digerito i continui spostamenti della moglie. La separazione fu inevitabile, ma nessuno dei due volle mai divorziare. C'è chi dice che rimasero sposati per convenienza, ma Indira stessa affermò che l'amore non era finito e che la lontananza era causata solo dal suo lavoro col padre. Comunque sia, tale condotta durò poco, perché Ferozi Gandhi morì nel 1960.

L'anno precedente Indira aveva ottenuto la nomina a Presidente del Partito del Congresso, primo passo verso posti di maggiore responsabilità. Nel 1964 Nehru morì improvvisamente, lasciando la figlia, appena eletta al Parlamento indiano, priva della sua ala protettrice. Per la successione al grande statista non fu presa in considerazione Indira che ancora non aveva sufficiente carisma per pretenderla. Fu nominato Primo Ministro Lal Bahadur Shastri che comunque non dimenticò la fazione del partito che era fedele alla famiglia di Nehru, concedendo ad Indira di diventare Ministro dell'Informazione.

La conquista del potere

L'abilità e la determinazione di Indira sarebbero forse passate inosservate se Shastri avesse mantenuto la carica più a lungo. Gli equilibri di potere si sarebbero consolidati escludendo l'erede di Nehru dal potere, anche a causa del fatto di essere una donna in una nazione profondamente tradizionalista. Invece nel 1966, il Primo Ministro moriva per un attacco di cuore, lasciando vacante l'incarico più importante dell'India. Il partito del Congresso che possedeva saldamente la maggioranza all'interno del Parlamento era però diviso al suo interno tra un'ala di tendenze socialiste cui si richiamavano anche i seguaci della corrente di Nehru ed una di destra moderata guidata da Moraji Desai. Entrambe disponevano di largo appoggio tra la popolazione, ma nessuna delle due aveva voti sufficienti per eleggere il proprio rappresentante. Per non correre il rischio che l'opposizione approfittasse di queste discussioni interne si acconsentì a designare Primo Ministro una figura di compromesso che rispecchiasse la continuità col passato. Quale scelta migliore di Indira Gandhi, figlia di Nehru?

In aggiunta a tali motivazioni chiaramente d'opportunità ve ne erano altre più difficili da confessare. Desai era convinto che Indira fosse facilmente controllabile ed influenzabile, quindi l'ideale per esercitare il potere restando nell'ombra. Raramente nella storia moderna un giudizio personale fu così errato. Una volta conquistato il posto, Indira ebbe circa un anno per prepararsi alle elezioni del 1967. Durante quel periodo mise in pratica una politica decisamente aggressiva contro tutti i mali che attanagliavano il suo paese, primo fra tutti la povertà diffusa. Procedette ad una nazionalizzazione delle risorse minerarie e finanziarie, rendendo finalmente indipendente dall'estero anche l'economia indiana. Le nazionalizzazioni non furono però fini a se stesse, ma preordinate ad un più vasto progetto di ridistribuzione delle ricchezze che le fece guadagnare l'appellativo di "Comunista" che la irritava alquanto, poiché ella si sentiva più socialista, dove per socialismo intendeva una politica di giustizia più che un'ideologia. In un periodo in cui nel mondo si poteva essere o con i Sovietici o con gli Statunitensi, l'India cercò una terza via, quella del non-allineamento.

Il 1966 fu anche l'anno in cui si svolse una delle più gravi carestie che abbia mai colpito l'India. Ebbene, seppure provata dalla fame e dalla sofferenza, il governo di Indira rifiutò ogni aiuto dall'estero. Il brillante superamento di quelle difficoltà fu seguito da una pianificazione accurata delle nascite, attraverso una politica demografica all'avanguardia. Conscia dell'impossibilità di sostenere un tasso di crescita pari ad un quinto della popolazione ogni quindici anni, Indira adottò provvedimenti estremamente drastici che in paesi europei non sarebbero mai stati accettati, ma che si addicevano alla gravità della situazione indiana. Giunse persino alla sterilizzazione maschile decretata per legge in casi limite. Seppure a fatica cominciò a insegnare al proprio popolo che i figli sono una ricchezza non perché possono portare a casa un nuovo stipendio già a sei o sette anni d'età, ma piuttosto per il futuro migliore che potevano garantire all'India.

A chi le rinfacciava che la sterilizzazione era una pratica barbara contraria ai diritti umani, rispondeva che non trovava nulla di sbagliato nello sterilizzare un uomo che avesse già otto o dieci figli, specialmente se ciò poteva servire per far star meglio quegli stessi bambini. Coloro che l'avevano eletta come figura di transizione si trovarono spiazzati di fronte a tanta attività. Fu attaccata dall'ala più conservatrice del suo partito che non poteva sopportare che si applicassero politiche di pianificazione sullo stile dei piani quinquennali sovietici nella Democrazia indiana. Più volte Indira rischiò di perdere la fiducia al Parlamento, eppure seppe mantenersi al governo fino alle elezioni del 1967. Il lavoro svolto in così poco tempo fu talmente apprezzato dal popolo che la vittoria schiacciante giunse inaspettata. Il partito del Congresso ottenne 355 seggi al Parlamento. Purtroppo gli equilibri di potere interni al Partito si erano modificati solo leggermente in favore di Indira e con ciò ella dovette piegarsi alla necessità contingente, nominando vice Primo Ministro Moraji Desai. Il quadriennio fino al 1971 servì per consolidare la propria posizione. La riforma bancaria iniziata nel 1966 fu proseguita, trasportando in mano pubblica tutto il capitale che circolava per il finanziamento privato. Però invece che dirigersi verso uno statalismo inutile e dannoso si procedette a dei piani di risanamento industriale che si giovarono enormemente della facilità di accesso al credito, non più limitato dalle amicizie e dalla corruzione che l'avevano caratterizzato fino ad allora. La grande nazione Indiana sembrava aver iniziato la lunga strada per diventare un vero stato moderno.

La guerra Indo-Pakistana del 1971

Purtroppo il sogno rischiò di infrangersi nel 1971 per il riacutizzarsi della crisi con il vicino Pakistan. I due paesi erano stati uniti fino al 1947 sotto la dominazione britannica e successivamente divisi in base a criteri puramente arbitrari per separare le popolazioni che professavano le due principali religioni indiane: l'islamismo e l'induismo. Grandi migrazioni costrinsero milioni di persone ad abbandonare le proprie terre natie per raggiungere i correligionari.

Sfortunatamente, l'alta concentrazione di mussulmani nel Bengala Orientale, a più di tremila chilometri dal resto del territorio destinato agli islamici non consentiva lo spostamento verso il Pakistan Occidentale della popolazione ivi residente. All'atto dell'indipendenza fu presa la decisione balzana di far nascere il Pakistan così com'era, diviso in due parti, di cui la seconda, cioè il Bengala Orientale, interamente dipendente dall'India per quel che riguardava l'economia e le comunicazioni. La questione del Kashmir e il conflitto che ne era seguito nel 1947 non aveva fatto altro che acuire la sensazione di accerchiamento che condizionava enormemente la politica estera dell'India, messa alle strette anche dall'altro scomodo vicino, la Cina.

Le già precarie relazioni tra Pakistan e India degenerarono rapidamente per l'instabilità interna dello stato di Islamabad, profondamente diviso da rivalità politiche e personali che si identificavano con due persone: Mujib Rahman e Zulfikar Alì Bhutto. Alle elezioni del 1970, il primo aveva ottenuto la maggioranza assoluta nel Pakistan Orientale, mentre il secondo nel Pakistan Occidentale. La costituzione pakistana aveva lasciato arbitro della situazione l'allora presidente della repubblica, Yahya Khan che per tutto l'inverno del 1971 permise piena libertà ai due contendenti. Mujib conscio del potere di cui poteva disporre si espose in maniera sempre più spiccata reclamando l'indipendenza del Pakistan Orientale fino a comunicarlo direttamente a Bhutto in un incontro personale che avvenne il 27 Gennaio 1971. Il fatto che né Bhutto né il presidente Yahya avessero nulla da obiettare sul quel progetto fecero credere a Mujib di avere mano libera negli affari del Pakistan Orientale. Per due mesi costruì un'ampia rete di contatti e appoggi in preparazione della secessione, tenendo anche discorsi pubblici al riguardo.

Si può solo immaginare quale fu la sua sorpresa quando il 25 Marzo, il presidente Yahya dichiarò la legge marziale senza nessun preavviso in tutto il Pakistan Orientale. Il comando militare delle operazioni contro i secessionisti fu affidato al generale Tikka Khan che nella notte tra il 25 e il 26 Marzo sguinzagliò le sue truppe nella città di Dacca, capitale della provincia orientale. Certo, i congiuranti contro l'unità del Pakistan furono tutti arrestati, ma i soldati non si limitarono a questo. Ci furono fucilazioni e impiccagioni di massa di chiunque fosse anche solo sospettato di aver collaborato con loro. Le truppe regolari si diedero al saccheggio ed infierirono contro la popolazione locale con crudele premeditazione. Le cifre ufficiali dei massacri parlano di 50.000 morti dal tramonto all'alba. L'orrore causato dall'esercito spinse una marea di civili a cercare rifugio in India. La comunanza di razza tra gli abitanti del Bengala Occidentale ed Orientale divisi politicamente solo da poco più di vent'anni, fece credere ai profughi che l'unica via di scampo fosse proprio in quella direzione. Tra 2 e 5 milioni di pakistani orientali si riversarono in India, non trattenuti dalle autorità del Pakistan, troppo impegnate nel ripristino dell'ordine nelle alte sfere del potere per potersi occupare anche degli aspetti umanitari dell'esodo.

Rimane ancora oscura la ragione che si trova alla base delle azioni di Indira Gandhi che seguirono quei tristi momenti. L'India avrebbe anche potuto farsi carico di tutti i profughi che dopo tutto prima del 1947 erano considerati cittadini indiani e che conservavano parentele in tutto il Bengala Occidentale. Invece, il 26 Novembre 1971 fu deciso un intervento militare nel Pakistan Orientale. La spinta verso una nuova guerra ufficialmente fu per arginare il flusso di profughi, ma più verosimilmente si può affermare che Indira avesse visto in quell'azione un'ottima occasione per spezzare quell'accerchiamento che a torto o a ragione, ella credeva che l'India stesse subendo.

Lo sforzo dell'esercito indiano fu enorme. Le truppe pakistane dislocate nella parte orientale, pur combattendo per la sopravvivenza del proprio stato, furono subito in difficoltà. Per una lunga settimana le guarnigioni pakistane che dal Kashmir fino all'oceano indiano presidiavano il confine occidentale, restarono inoperanti. Solo il 2 di Dicembre, quando ormai si pensava che Islamabad avesse accettato la perdita della regione di Dacca, l'esercito Pakistano cominciò un'ampia offensiva preceduta da operazioni aeree d'interdizione preventiva nella zona di Jaisalmer. Il comando generale indiano fu inizialmente sorpreso dalla forza dell'attacco e dalla sua estensione. Sul principio l'avanzata pakistana fu veloce, ma in pochi giorni la situazione cambiò in favore degli indiani. L'impossibilità pakistana di aprire un secondo fronte a Oriente come era avvenuto nel 1947, permise agli Indiani di Concentrare i propri sforzi, focalizzandoli contro la provincia del Punjab. La superiorità dell'aviazione indiana che nel deserto tra le due nazioni distrusse migliaia di carri armati nemici, fece il resto. Già alla fine del mese di dicembre la guerra era virtualmente vinta dagli Indiani, anche se la pace fu firmata a distanza di anni.

La vittoria dell'India comportò gravi conseguenze a livello politico da ambo le parti. In Pakistan il presidente Yahya Khan fu costretto a dimettersi, sostituito da Bhutto. Il Pakistan Orientale conquistò l'indipendenza con il nome di Bangla Desh e Indira Ghandi si trasformò in un eroe nazionale, garantendosi la vittoria nelle elezioni del 1972. La sua condotta durante la guerra fu ineccepibile. Ogni volta che fu necessario adottare una decisione cruciale, Indira se ne prese la piena responsabilità. La fermezza che aveva dimostrato in tempo di pace fu trasferita anche negli avvenimenti bellici.

Ne è dimostrazione l'autorizzazione concessa per l'utilizzo del napalm contro i mezzi corazzati pakistani. Sebbene quell'arma non servisse per distruggere direttamente i carri armati, era un ottimo mezzo per allontanare la fanteria d'appoggio ed interdire a lungo le zone colpite. Le distruzioni materiali e le perdite in termini di vite umane furono giustificate da Indira stessa con la necessità di arginare l'offensiva, dimostrandosi così un vero Machiavelli al femminile.

Gli anni settanta tra successi e fallimenti

I fantastici successi economici e militari raggiunti nel primo quinquennio di potere influenzarono eccessivamente l'operato della Gandhi negli anni successivi. Ritenendo ormai consolidata la riforma industriale del paese, sottovalutò la portata della crisi finanziaria che attraversò il mondo nel 1973. L'India anche se in via di sviluppo era ancora afflitta dagli stessi problemi con cui aveva dovuto lottare Nehru. Essi si espressero in tutta la loro gravità in una serie di proteste popolari e sindacali che sconvolsero Delhi e il nord del paese, reclamando miglioramenti salariali e nelle condizioni di vita della classe media, ancora troppo povera secondo gli standard internazionali. Indira sentenziò che si trattava unicamente di agitazioni sobillate dai suoi nemici politici. Pur se ciò era in parte vero, giacché il partito del Congresso conservava le sue tradizionali divisioni, il malcontento della popolazione era reale.

L'opposizione interna al partito comprese che era il momento adatto per sferrare un attacco senza precedenti contro il primo ministro e adoperò come pretesto la campagna di voto del 1972. Esistono poche testimonianze di come si svolsero davvero i fatti, ma le deposizioni giurate proposte nel 1975 all'Alta Corte di Allahabad convinsero i giudici della presenza di alcune anomalie nell'elezione di Indira Gandhi al Parlamento. Le fu impartito l'ordine di abbandonare il seggio appena conquistata e fu bandita dall'amministrazione per un periodo di sei anni. Indira che aveva sempre sostenuto fino ad allora le ragioni della democrazia pura, accettando i verdetti delle urne, prese una decisione drastica. Anziché accettare passivamente la sentenza, proclamò lo stato d'emergenza nel paese, imprigionando gli oppositori politici e sospendendo le libertà politiche.

La stagione delle tensioni che avrebbe dovuto consolidare definitivamente il suo potere non fece altro che velocizzarne il declino. Il comportamento antidemocratico le valse l'alienazione del consenso del popolo che non riconosceva più in lei un degno successore di Nehru. Il calo di consensi fu tanto forte che nel 1977 il partito del Congresso perse il potere. La sconfitta provocò la scissione del partito che fino ad allora era stata rimandata dalla necessità di rimanere al governo. Nel 1978 i sostenitori di Indira crearono il Congress Indira Party che le permise di tornare nuovamente in Parlamento dopo un periodo di assenza brevissimo. Rientrata nell'ambiente che le era più congeniale, Indira cominciò a tessere una stretta tela di amicizie e alleanze anche con altri partiti d'opposizione. La sua abilità fu tanta che già nel 1980 fu nominata per la quarta volta Primo Ministro. Al suo fianco volle il figlio Sanjay, preparando una successione che avrebbe potuto originare una vera e propria dinastia.

Il crepuscolo e la scomparsa

Il 1980 si può considerare a tutti gli effetti l'anno dell'apogeo di Indira Gandhi. Fu, comunque, una gloria che fu di brevissima durata. Già in quell'anno, infatti, Sanjay perse la vita in un incidente aereo. Il grande dolore di madre non le fece perdere di vista la situazione del paese tanto da chiamare alla politica attiva il secondo figlio Rajiv, anch'egli educato in Gran Bretagna e sposato con una donna italiana. Da più parti per questa scelta fu accusata di nepotismo e fu solo l'inizio dei grandi problemi che dovevano riservarle gli anni ottanta. La crescente ricchezza degli stati dell'India settentrionale aveva fatto rinascere i sentimenti indipendentisti delle popolazioni locali, mai veramente sopiti. Tra le etnie più irrequiete si segnalarono i Sikh, abitanti del prospero stato del Punjab. La grande abilità commerciale e industriale di questo popolo aveva ammodernato la loro regione, fino a renderla la più ricca di tutta l'India, con il 92% delle terre coltivabili irrigate artificialmente e la totalità dei villaggi serviti dall'energia elettrica. La prosperità corrispose anche col desiderio di fondare uno stato autonomo col nome di Khalistan. La volontà di libertà non si basava unicamente sull'intenzione di tenere per sé le ricchezze prodotte, ma anche su di una profonda diversità religiosa. I Sikh, pur essendo degli indù alle origini, sono monoteisti e professano l'uguaglianza tra gli uomini, rinnegando la suddivisione in caste. Il centro del potere religiose, il Tempio d'Oro di Amritsar, divenne anche il fulcro della dirigenza politica, intorno alla figura del fondamentalista Jarnal Singh Bindranwale.

I rapporti tra governo centrale e rivoltosi Sikh fu da principio abbastanza moderato, ma entrambe le fazioni non avevano nessuna intenzione di arretrare dalle proprie posizioni. Per tutto il 1983 dimostrazioni di protesta imbarazzarono il governo di Indira che le represse sempre restando però nell'ambito della legalità. Tutto ciò non fece altro che aumentare gli attriti fino all'estate del 1984, quando la comunità Sikh si radunò in armi a Amritsar intorno al proprio leader, reclamando una volta per tutte l'indipendenza. Indira giudicò che fosse passato il tempo delle trattative e inviò l'esercito con il compito di sedare la rivolta. L'operazione "Blue Star" fu un vero assalto a ciò che di più sacro poteva esistere per il popolo Sikh. Più di seicento persone furono uccise dai soldati governativi, tra di loro anche Bindranwale, ma fatto ancora più grave il Tempio d'Oro stesso fu danneggiato gravemente.

La risposta dei Sikh fu univoca: vendetta. Una vendetta affidata a tutti gli appartenenti al popolo, una vendetta di razza. Indira non si curò di quelle minacce di morte che considerava parole dette al vento, tanto che prese la decisione di mantenere nella propria scorta personale due Sikh. Fu il più grave errore di valutazione della sua vita. Il 31 Ottobre 1984, mentre si stava recando in visita all'attore americano Peter Ustinov a New Dehli, fu assassinata da quelle stesse due persone che non ebbero nessuna esitazione a scaricare contro di lei i loro revolver, pur sapendo che li avrebbero immediatamente arrestati, come poi effettivamente avvenne. La vendetta promessa era stata ottenuta. Però la linea familiare al governo dell'India non si interruppe. Rajiv Gandhi sostituì la madre come Primo Ministro.

Nei pochi giorni successivi alla morte di Indira, i Sikh furono oggetto di veri massacri, con oltre 3000 morti ingiustificate. Rajiv ebbe una parte minima o nulla in quegli avvenimenti e ciò fu riconosciuto anche dall'ala moderata del Partito Sikh, l'Akali Dal che nel 1985 concluse una pace momentanea con il governo. Le armi avrebbero taciuto per poco tempo. Nel 1991 Rajiv fu ucciso da un attentato dinamitardo durante un raduno elettorale, proseguendo il triste destino di coloro che portavano il nome Gandhi.

Tracciare un ritratto di quale fosse il carattere di Indira è certamente arduo. Per i suoi avversari era fredda e calcolatrice, perché contrariamente a quanto era comune nella tradizione indiana, parlava sempre apertamente anche di cose sconvenienti per chi le sentiva. I suoi sostenitori la seguivano adoranti anche negli errori più gravi che commise durante la sua lunga permanenza al potere. Non spetta a chi scrive decidere chi avesse ragione, eppure non si può nascondere una certa ammirazione per una donna che è stata capace di trascinare il suo immenso paese dal Medio Evo al ventesimo secolo.

Conclusioni in slides

Cento Anni e non sentirli. Anna Magnani

Un omaggio a una delle donne piu' belle del cinema italiano, Anna Magnani. Non una bellezza classica... ma una bellezza tutta sua, particolare. Due occhi che per il cinema sono stati fondamentali da Pasolini a Fellini, da Rossellini a Luigi Zampa.
Federico Fellini così diceva di lei : "Lei è Roma". E PierPaolo Pasolini la scelse come "Mamma Roma", il celebre film dell'intettuale bolognese dove la Magnani interpreta una prostituta romana che vuole abbandonare il suo mestiere e redimersi, sopratutto per il figlio Ettore ignaro del passato della madre.
I premi che l'attrice ha vinto sono stati diversi e nel 2008 a Guidonia (RM) vi è stata una mostra su di lei a cura dell'Associazione Teatro Antico per ricordarla. Attrice due volte, sul palco e sullo schermo, "Nannarella" è ancora oggi considerata l'icona assoluta del cinema neorealista italiano. Non dimentichiamo i quattro anni di repliche dello spettacolo "La lupa" del 1965 di Zeffirelli. "In realtà fare l'attrice è un mestiere da matti, bisogna avere una grande passione per farlo" , sono alcune delle dichiarazioni della Magnani che nel 1942 avrà un figlio su cui riversare tutto il suo amore e realizzarsi come donna totale. Nel 1960 arriva un incontro sullo schermo : Toto' E Anna Magnani che recitano nel film di Mario Monicelli "Risate di gioia" che non ebbe però grande riscontro, forse per la paura della Magnani la quale considerava Toto' un guitto e aveva il presentimento che il Principe De Curtis potesse renderla un pò "ridicola".



Due anni dopo l'attrice incontra Pierpaolo Pasolini che la sceglie come protagonista del suo Mamma Roma, ma anche questo sodalizio non è tra i migliori perchè Pasolini aveva il timore che la Magnani potesse condizionarlo e la Magnani invece diceva che il regista l'aveva usata.




Insomma, una carriera artistica ricca e particolare, che fa di lei una vera icona del cinema italiano. Quel cinema italiano che fu e non tornerà mai piu' con donne indimenticabili.

Ciao nì

Tina Modotti

(Tina Modotti, fotografata da Edward Weston)

Tina Modotti è stata una fotografa eccelsa, emblema del femminismo. Le sue foto sono chiare, senza ritocchi, senza alcuna manipolazione.

Comitato Tina Modotti

Slides

Cleopatra

Cleopatra, la regina d'Egitto, considerata la "regina delle regine", ultima sovrana della dinastia macedone, erede diretta di Alessandro Magno, permeata dalla cultura e dalle tradizioni greche, amò profondamente il suo paese, rivivificandone le gloriose tradizioni e lottando per mantenerlo prospero, riuscendo ad ottenere il consenso dal popolo egiziano e persino a farsi onorare come incarnazione di Iside, grazie al sostegno della classe sacerdotale.
Adulata e contestata, osannata o ritenuta lussuriosa, giudicata dalla Storia come una donna abile nella corruzione, certamente non bellissima come vuole la leggenda (anche il filosofo Pascal nel 1670, nei "Pensieri", parlò del suo naso camuso), amante del lusso e dei piaceri, fu dotata d'intelligenza brillante e di grande cultura.
Padrona dell'egiziano, dell'arabo, dell'ebraico, del greco, e di varie altre lingue, curiosa, ironica, d'indole gioiosa, certamente di grande fascino, se riuscì a sedurre due uomini potenti come Cesare ed Antonio, che per lei aveva ripudiato la virtuosa moglie Ottavia, dovette essere di non poco fastidio in tempi in cui la condizione sociale femminile era d'inferiorità.
Così Plutarco descrisse lo sfarzo della regina:
In procinto di muoversi per la guerra contro i Parti, Antonio mandò ordine a Cleopatra di venirlo ad incontrare in Cilicia per scagionarsi dall'accusa di aver dato aiuto a Cassio e di averlo appoggiato nella guerra contro Roma.
Cleopatra apparecchiò molti doni ed ornamenti, come si conveniva a chi era partecipe di una dinastia fastosa e potente. Poi se ne venne navigando lungo il fiume Cidno su di una nave dalla poppa dorata, con le vele di porpora tutte spiegate, coi remi d'argento mossi dalla ciurma in cadenza, al suono della tibia unito con quello delle zampogne e delle cetre.
Essa poi si stava adagiata sotto un padiglione intessuto d'oro e dalle due parti assistevano, facendole vento, alcuni giovanissimi paggi; le più belle tra le sue damigelle, in abito di Nereidi, stavano chi al timone, chi alle gomene, esalando da molti incensieri, si diffondevano sulle rive del fiume, segnalando il passaggio della regina d'Egitto.
Figlia di Tolomeo XII Aulete, che discendeva dal grande Alessandro il Macedone, Cleopatra VII Thea Filopatore (la dea che ama suo padre), alla morte del padre, fedele alla tradizione dei Tolomei, sposò il proprio fratello minore di soli 12 anni; salì al trono d' Egitto nel 51 avanti Cristo e regnò per vent'anni.
Al tempo di Cleopatra Alessandria era la perla del regno egizio, una città ricca e potente, e Roma desiderava avere i Tolomei come alleati. In seguito agli intrighi del marito Tolomeo II, Cleopatra fu cacciata da Alessandria ma decise di riconquistare il potere da sola. Fu allora che incontrò Cesare che, sedotto dal suo fascino, e irretito dai suoi intrighi, s' innamorò perdutamente di lei e riuscì a farla riconciliare col fratello e a restituirle il trono d'Egitto.
Cleopatra e Cesare si stabilirono poi a Roma e dal loro amore nacque un figlio, Tolomeo Cesarione, ucciso nel 30 a. C, quando Ottaviano Augusto conquistò l'Egitto.
Nel 44. a. C Cesare venne assassinato e Cleopatra tornò in Egitto, e qui , rimettendo in moto le sue arti seduttive, avvinse a sé Antonio, designato da Cesare come suo erede e triumviro incaricato degli affari d'Oriente, in un legame che durò circa 10 anni, che si concluse con il matrimonio e dal quale nacquero tre figli, Alessandro- Hélios, Cleopatra- Selene e Tolomeo- Filadelfo.
Antonio e Cleopatra come coppia rappresentavano l'unione della forza e della seduzione e si identificavano con Dioniso ed Afrodite, per sottolineare l'alleanza e la potenza dei due imperi, ma il loro legame, che aveva sapore peccaminoso come tutto ciò che proveniva dal fascinoso Oriente, l'ostentazione delle ricchezza di Cleopatra e il fastidio che procurava il fatto che un romano non dimostrasse la propria superiorità sul paese conquistato, che pure non metteva in discussione la sovranità romana, infastidì Roma.
Si arrivò, così al conflitto armato; Ottaviano, desideroso di conquistare il potere, dichiarò guerra ad Antonio. Nel corso della battaglia di Azio Antonio e Cleopatra riuscirono a fuggire, salvando parte della flotta ed il tesoro. Dopo la sconfitta di Azio, abbandonato da tutti, e pensando che Cleopatra si fosse suicidata, Antonio si uccise conficcandosi la spada nel ventre.
Ridotto l'Egitto a provincia romana, e morto Antonio, nel 30 a. C. Cleopatra, per il dolore di vedere la disfatta del proprio paese sfruttato e piegato da Roma, e per non subire l'umiliazione di dover seguire incatenata il carro del vincitore, preferì darsi la morte con un aspide.

La regina delle regine - Cleopatra




Donne dell'antichità

La società greca, pur valutando le differenze fra le varie epoche e la maggiore considerazione in cui la donna era tenuta nella civiltà minoica e micenea, fu generalmente al maschile e misogina, le leggi, la vita politica, la cultura, furono elaborate dagli uomini, la donna fu relegata ad un ruolo passivo, domestico, o legato all’irrazionale e al basso istintuale, e solo il ruolo di etéra (accompagnatrice) le consentiva di esprimere una certa personalità e cultura: si pensi all’etéra più famosa, Aspasia di Mileto, che affiancò nel governo Pericle, il grande statista del V sec. a. C., nel governo ad Atene.
Nella famiglia greca, dove il capo riconosciuto era il padre, che esercitava anche missioni di carattere religioso, e a cui si doveva cieca ubbidienza, la donna, che contraeva matrimonio combinato soprattutto per convenienze economiche o familiari, era confinata nella parte più segreta della casa, il gineceo, passando, col matrimonio, dalla reclusione nella casa paterna a quella nella casa del marito; padrona di schiave, diventava di fatto anch’ella schiava, e trascorreva la vita ad attendere ai lavori domestici e alla prima educazione dei figli.
Diversa era la condizione della spartana rispetto a quella ateniese e, in generale alle altre donne greche, sulle quali operò l’influsso della vicina Asia che le relegava in una condizione di inferiorità.
La spartana riceveva un'educazione molto più severa ed austera; le leggi le vietavano ogni forma di lusso nel vestiario, nell'acconciatura, nei cosmetici, perciò non poteva portare gioielli, indossare vesti ricamate o colorate, e le veniva imposto di praticare molti sport, come la corsa, e di vivere all'aria aperta, per fortificare lo spirito e il corpo e poter procreare figli sani e robusti, però godeva di una certa indipendenza e di notevoli diritti che le conferivano una spiccata dignità.
Da sola amministrava la casa, creando una specie di matriarcato, affrontando spesso anche lavori pesanti, partecipava ai banchetti e collaborava con lo Stato all'educazione dei figli. Inoltre, rispetto alla donna ateniese, era più libera; poteva girare per le strade, indossare gonne corte, attendere ai giuochi ginnici, cantare e danzare in compagnia di giovanotti, ed aveva un posto di riguardo nell'ambito della famiglia, dovendo assumersi molte responsabilità allorché sostituiva l'uomo, costantemente impegnato nelle imprese belliche o negli uffici pubblici.
Nella famiglia romana l’indiscusso capo della famiglia era il pater familias, con poteri assoluti riconosciuti dalle leggi dello Stato, la patria potestas, autorità eccezionale, che gli dava diritto di vita e di morte sui figli e sugli schiavi.
Anche la donna (dómina, cioè padrona) era soggetta alla patria potestas, ma, pur essendo sottoposta all’autorità paterna o a quella del marito, sempre sotto tutela di un uomo (il padre, il fratello, il marito), unita in matrimoni di convenienza, spesso con notevoli differenze di età (si pensi alla bella e giovane quattordicenne Messalina andata in sposa a Claudio imperatore, cinquantenne, balbuziente e zoppo), in cui frequente era l’adulterio ed il ripudio dell’uomo (la donna, invece, poteva solo essere ripudiata), dopo sposata godeva di un certo rispetto e di una maggiore indipendenza e libertà di movimento, pur se limitata, rispetto alle altre donne dell'antichità, per esempio le greche, soprattutto le ateniesi, riuscendo anche ad avere influenza sulla vita pubblica.
Virtuosa per eccellenza, dedita alla famiglia e ai lavori domestici (Domi mansit, lanam fecit “rimase in casa, filò la lana”, Domi mansit casta vixit lanam fecit, “rimase in casa, visse casta, filò la lana”, l’ideale condizione femminile era legata al lanificium, l’antico costume secondo il quale la matrona personalmente filava la lana e tesseva le vesti per la famiglia), nell’ambito della vita familiare ricopriva una posizione preminente (testimoniata dai lusinghieri appellativi di mater familias, matrona, domina); partecipe di tutte le attività familiari, aveva il governo della casa, vigilava sul lavoro delle ancelle, si occupava dell'educazione dei figli nella prima età, era libera di uscire per fare acquisti o visite.
Inoltre partecipava a ricevimenti e ai banchetti (però non poteva stare sdraiata ma seduta, si asteneva dalla commissatio, il rito finale in cui i convitati si abbandonavano alle libagioni, e non beveva vino, ma mulsum, miscela di vino e miele), frequentava le terme, assisteva agli spettacoli del Circo, andava a teatro, e veniva sempre consultata negli affari dal marito, al quale era molto devota e garantiva costante sostegno morale.
Giuridicamente, però, inferiore era la condizione della donna romana: non le era consentito testimoniare in tribunale e non poteva reclamare alcun diritto sul patrimonio del coniuge defunto, ma poteva ereditare e possedere dei beni.
Successivamente, con l’aumento della ricchezza, e con la corruzione politica, nella società romana vennero meno gli austeri principi, e ne risentì anche l’istituto familiare (e frequenti divennero i divorzi); allora le donne non furono più relegate esclusivamente al ruolo di custodi del focolare, cominciarono ad avere maggiore libertà e poterono anche dedicarsi agli affari o alle professioni pubbliche, esercitando la medicina e l’avvocatura, ma anche studiare, tenere conferenze, comporre versi.
Nella vita familiare etrusca, invece, rispetto a quella greca o romana, maggiore era l’importanza della donna, che, come madre e sposa, poteva accompagnare l’uomo sia nelle cerimonie religiose che in quelle pubbliche, presenziare ai banchetti, assistere alle rappresentazioni ginniche (cosa severamente vietata, tranne che per le sacerdotesse, presso gli antichi Greci nei giochi olimpici), abbigliarsi con vesti splendidi e variopinte e adornarsi di ricchi monili d’oro.
La grande considerazione in cui era tenuta, che avvicina il suo ruolo a quello delle donne della civiltà preellenica o cretese micenea, in cui era loro consentito essere presenti a tutte le cerimonie, ed anche partecipare ai giochi, è provato dal fatto che, nelle epigrafi funerarie, volendo stabilire l’appartenenza del defunto ad una determinata famiglia, si soleva indicare non soltanto il nome del padre, ma anche quello della madre.
Diversa, invece, pur provenendo da una civiltà di origine indoeuropea come quelle greca e romana, era la condizione della donna nelle popolazioni celtiche, che disponeva, sicuramente, di libertà ed autonomia ben più ampie.
Non "angelo del focolare" (già da piccoli i figli spesso venivano affidati a persone estranee alla famiglia per essere educati), le era consentito essere sacerdotessa (anche druidessa) e guerriera (le donne- guerriero furono presenti fra i Celti fino al IX secolo, poi furono bandite per legge, e molte armi e armature sono state ritrovate nelle sepolture femminili), regina e capo tribù, moglie e capofamiglia (se era lei ad essere più ricca in famiglia, assumendo, così, all’interno del matrimonio, il ruolo dominante), anche istruttore d’arme (a educare alle armi l’eroe gallese Cu Chulainn fu, appunto, una donna, l’amazzone Scáthacht) e, poiché la società celtica contemplava tale istituzione, poteva divorziare.
La donna celta non solo poteva ereditare, ma, come dimostrano i ricchi corredi funebri riportati alla luce dagli scavi archeologici, poteva essere anche molto ricca.
Straordinario il corredo ritrovato in una camera funeraria scoperta nel 1953 presso delle fortificazioni a Vix, in Borgogna! Insieme allo scheletro di una principessa sequana, adorna di bracciali e collane di perle e recante un diadema d’oro, c’erano oggetti importati dalle zone più lontane del mondo, dal nord al sud, dal Baltico e dal Mediterraneo, persino un cratere greco di duecento chili capace di contenere cinque persone.
E godeva pure di una maggiore libertà sessuale, e, per il fatto di poter avere più figli da uomini diversi, essendo difficile in tale promiscuità assicurarsi con certezza chi fosse il padre di un dato bambino, la successione era matrilineare.
Fra le donne celte, oltre all’indomita, forte e coraggiosa Boudica, esemplare per valore e fierezza, da Plutarco, nel “De mulierum virtute”, apprendiamo la storia di altre due combattive e dignitose figure femminili: Chiomara e Camma.
La regina Chiomara era la moglie dell’affascinante ed intelligente Ortagion dei Tolistoboi; rapita e violentata da un centurione romano, nel momento in cui questi si chinò a raccogliere l'oro del riscatto, lo decapitò, e poi tornò dal marito col macabro trofeo.
E la sacerdotessa Camma non esitò ad attuare una vendetta mortale contro chi le aveva assassinato il marito.
Donna galata di bellissimo aspetto, moglie del tetrarca Sinato, suscitò la passione del potente Sinorige che, non riuscendo in alcun modo ad averla, le uccise il marito, pensando che, liberandosi del rivale, avrebbe potuto farla sua.
Camma cercò conforto al dolore della perdita dello sposo esercitando il sacerdozio, rifiutando tutti i suoi ricchi pretendenti, ma quando poi Sinorige le propose le nozze, finse di acconsentire, e lo attirò in una trappola fatale: lo prese per mano e lo condusse all’altare per il brindisi rituale ma, nella coppa dalla quale entrambi dovevano bere, all’idromele contenuto aggiunse del veleno: così facendo morì insieme all'assassino, però vendicò la morte del marito.

Francesca Pasinelli

Direttore Telethon - Francesca Pasinelli

Una bella signora "fifona" di 49 anni che detesta il rischio e sceglie un ambito di lavoro tra i più spericolati:la ricerca scientifica. Indagare per anni il mistero di una malattia rara, spesso rarissima, per Francesca Pisanelli, da poche settimane direttore generale di Telethon (19 anni di vita)più che un lavoro è una "necessità". Ogni lavoro lo è. Nel 1997 ha iniziato a Telethon come direttore scientifico, concepiva la ricerca come un fine, ma incontrando gli ammalati ha capito che la ricerca è solo un mezzo, uno strumento e che il fine, anzi, la necessità erqano loro.
Sembra ovvio ma non è così scontato: ha impegnato anni per comprendere la sua vocazione. Stando alle ultime stime dell'Organizzazione mondiale della Sanità sono 30 milioni i cittadini europei colpiti da malattie rare, quelle che hanno un nome sono circa 6.000 e per l'80 per cento dei casi hanno origini genetica. E' la loro rarità a renderle neglette, anche in Paesi dove la ricerca ha molti fondi, e spesso sono i malati stessi a dare voce allo loro malattia, che altrimenti rischierebbe l'oblio. Nel 75 per cento dei casi a esserne colpiti sono i bambini, il 30 per cento dei quali muoiono entro i cinque anni. Ha buoni motivi, per lavorare con lo stesso spirito con cui ha iniziato: quello della pioniera.


Più unica che rara - Oriana Fallaci

Oriana Fallaci

Oriana Fallaci è stata una scrittrice e giornalista italiana. Nata a Firenze il 29 giugno 1929 si è spenta il 15 settembre 2006 nella sua città Natale. Fu la prima donna in Italia ad andare al fronte in qualità di inviata speciale. Come scrittrice, con i suoi dodici libri ha venduto venti milioni di copie in tutto il mondo.
Dopo aver frequentato il liceo classico la Fallaci si iscrisse alla facoltà di medicina che lasciò ben presto per dedicarsi al giornalismo esortata dallo zio Bruno Fallaci lui stesso giornalista e direttore di settimanali. Esordì al Mattino dell'Italia centrale, quotidiano di ispirazione democristiana, dove si occupa di svariati argomenti dalla cronaca nera e giudiziaria al costume. Licenziata dal quotidiano si trasferì a Milano per lavorare al settimanale Epoca di Mondadori allora diretto da suo zio Bruno Fallaci che per non favorirla le affidava degli "incarichi infami".

Madeleine Vionnet

Capo anni Trenta

Dedicato a Madame

Madeleine Vionnet è stata l'inventrice dello "sbieco" e la regina del drappeggio. Ora, che la maison è rinata, tutta italiana, il suo stilista Rodolfo Paglialunga le rende omaggio. Come? Pochi tagli e cuciture.
Il primo incontro è stato sulle pagine di un libro: letto, studiato, consultato fino all'ossessione. Poi Rodolfo Paglialunga ha preso il grnade volume Madelaine Vionnet, Puriste de la Mode, e l'ha chiuso in un cassetto affidandosi alla memoria per far rivivere, in questo strano presente, uno dei più scintillanti marchi del passato. Così famoso che, quando lo spettacolare atelier-boutique parigino di Avenue Montaigne fu ultimato nel 1923, meritò il soprannome di "Tempio della moda", dove oltre 1.200 dipendenti officiavano nei grandi grandi spazi nati dalla collaborazione tra l'architetto Ferdinad Chanut, il mago del cristallo René Lalique e il decoratore George de Feure.
Chiusa allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale nel 1939, Vionnet ritorna alla ribalta, settant'anni dopo, grazie a Matteo Marzotto, che ha rilevato il marchio. Dopo una lunga esperienza nel Gruppo familiare e un rovente periodo da Valentino, Matteo Marzotto ha deciso di lanciarsi in una sfida,hiamando al suo fianco per lo sviluppo strategico Gianni Castiglioni, amico e amministratore delegato di Marni. E affidando la direzione creativa a Rodolfo Paglialunga. Un ragazzo quarantenne dall'aspetto intellettuale del Café de Flore, e dall'importante tirocinio professionale, svolto nel team dei più estrosi creativi della moda italiana: quattro anni da Romeo Gigli e 13da Prada. Così, ripensando alla frase di Karl Lagerfeld, <>, si è messo al lavoro e ha riportato alla sfida della contemporaneità quello che ormai non era più che un ricordo.

domenica 13 dicembre 2009

femme fatale

Femme fatale - Giuseppe Scaraffia



Femme fatale

Studioso di letteratura francese, Giuseppe Scaraffia con i suoi ultimi libri sembra volersi dedicare all' esplorazione della figura femminile. Dopo Cortigiane ecco Femme fatale: un insieme di ritratti di donne vissute a cavallo fra Ottocento e Novecento diventate famose per aver saputo esecitare sugli uomini un fascino irresistibile. <> scrive Scaraffia << href="http://www.sullacrestadellonda.it/mitologia/gorgoni.htm">Medusa attrae nel suo gorgo qualsiasi uomo strappandolo a una vita onesta e produttiva>>. Vero. Ma quale differenza profonda passa fra una donna fatale e una cortigiana se quello che fanno nella loro vita, magari in ambienti diversi e con differenti mezzi, e di rapire la volontà di un uomo e di metterlo ai propri piedi ?
Qual è la differenza fra una cortigiana e una donna fatale?

Forse l' unica risposta possibile,
perlomeno quella che viene dalla lettura dei ritratti proposti da Scaraffia, sta in un desiderio di elevazione, di spiritualità insomma, che le cortigiane ignorano e invece le donni fatali pur usando tutte le seduzioni dei sensi, coltivano. Alma Mahler, Lou Andreas Salomé sono gli esempi più eclatanti di codesta aspirazione che può condurre al rifiuto del sesso. Del resto anche le donne fatali come per tutti la vita passa: molte donne fatali , quando vedono sfiorire la propria bellezza, si incupiscono di barricano in casa, come la contessa di Castiglione o chiudono le tende o non osano più guradarsi allo specchio. Dunque, se tutta una vita non rimangono altro che rughe,malanni, cos'altro può salvarci, se, "dall' altra parte", come diceva Somerset Maugham, non si può portare nulla e anche la memoria è custodita nell' anima, insieme alla speranza delle cose invisibili?
Un desiderio di effimera elevazione.

Nadia Urbinati

sabato 12 dicembre 2009

Il silenzio (omertoso) degli uomini.

Uno dei neo-luoghi comuni più in voga è quello del "silenzio delle donne".
Già in uso nella denominazione un po' afghana della celebre associazione femminile "Usciamo dal silenzio" a cui va il merito di avere anticipatoi l trend, la questione del silenzio delle donne trova oggi la sua massima retorica in Nadia Urbinati, docente di Teoria politica e ideologie moderne alla Columbia University ed editorialista di Repubblica, che intervistata da l'Unità ci ha invitato a ribellarci "come in Iran e in Birmania". Sarà anche che Urbinati lavora negli Stati Uniti:l'americano medio non è nemmeno certo che qui da noi siano già in uso i frigoriferi e ci pensa come una sorta di Iraq, ma con più monumenti. Sarà che l'immagine delle italiane sottomesse ai mariti e tutte prese a tirare la sfoglia non manca di un certo esotismo da esportazione. Sta di fatto che la 'professora'la mette giù dura e non rileva che semmai le donne non hanno mai chiaccherato tanto. Anzi, che proprio non c'è verso di chiudere loro il becco, come a tante converrebbe. La moglie di un presidente del Consiglio che mette, politicamente, in piazza le cose di casa e avverte il paese che il marito "non sta bene"; escort e amanti che sul rivoluzionario modello di Monica Levinsky accumulano prove dei mercimoni e pretendono quanto pattuito facendo tremare i polsi a mezzo Parlamento. E tutte le altre signore e signorine che non solo parlano, a saperle ascoltare, ma nel tempo che resta loro si danno un gran da fare in casa e fuori, essendo tra l'altro loro delegato il compito non solo di mettere la cena in tavola, ma anche di guadagnarla e di salvare il mondo dalleguerre, dalle catastrofi ambientali, perfino dalla recessione e di aggiustare tutto quello che gli uomini hanno rotto sul pianeta in qualche millennio di gestione monosex. Tra cui, per quello che riguarda il nostro paese, anche il centro sinistra. Ecco, noi dovremmo parlare tutte e scendere in piazza contro il "Papigate"(il problema non è la sessualità maschile e quella dei politici tutti , ma quella di Silvio ) e " il maltrattamento delle donne a Palazzo Grazioli".
Dovremmo parlare, strillare. Il silenzio omertoso degli uomini, invece, non lo disturbi nessuno.

Una donna al sole - Edward Hopper

«Tutto quello che voglio è dipingere i raggi del sole sul lato di una casa». Scarna, mediamente "banale" - anche se incisiva - questa sua frase riassume con freddezza lapidaria gran parte della poetica di Edward Hopper (1882-1967).
Al pittore che più di tutti ha saputo rendere tempi, luoghi, memoria e soprattutto luce delle architetture americane è dedicata la antologica di Palazzo Reale. Una mostra che nel suo percorso - dai primi autoritratti fino alle case vittoriane del New England, passando per le luminose vedute parigine - ci trasporta di peso nelle atmosfere rarefatte e cariche d'attesa di questo artista. Interni ben delimitati, spazi freddamente compiuti e incombenti, tratti netti e marcati per narrare drammi middle-class dagli inquietanti finali con "the end" sempre aperti.
Ha attraversato Hopper dall'Età del Jazz alla guerra in Vietnam, eppure la sua arte è cambiata ben poco. Rimase lungo gli anni fedele al "realismo", anche se il suo è un realismo che sconfina dagli spazi angusti della messa in scena: finisce il pittore di Nyack per stregare lo spettatore ben oltre lo spazio museale e la permanenza in mostra. C'è qualcosa di arcano e surreale nella sua pittura silenziosa e calma, a tratti noir, spesso straniante, che perdura e segna ben oltre l'esperienza in mostra.
Le sue vedute nette e rarefatte sono sempre inquietanti. Non per niente la sua House by the Railroad del 1925 fece da modello alla celebre casa di "Psyco" di Alfred Hitchcock, con cui oltre alla passione voyeuristica per le inquadrature dalla "finestra" l'artista condivide anche la preferenza per le donne bionde e algide.

A woman in the sun - Una donna al sole

Analisi dell'Olympia di Manet

Olympia olio su tela 1873

Olympia - Édouard Manet

Olympia è un dipinto di Manet ad olio su tela realizzato nel 1863.
Oggi l'opera è conservata al Muséè d'Orsay di Parigi.
Come aveva già fatto nella Colazione sull'erba, Manet reinterpretò un altro capolavoro dell'arte rinascimentale, la Venere di Urbino di Tiziano in Olympia, un nudo che richiama anche le prime fotografie da studio. La donna raffigurata è magra, contro la moda del tempo che preferiva una donna "in carne", considerata più attraente.
Olympia, raffigurata in una posa classica, scioccò anche per il modo in cui il soggetto sembra guardare negli occhi l'osservatore (sguardo di sfida), mentre la cameriera di colore porge un mazzo di fiori da un presunto corteggiatore. Ma il motivo principale per cui il dipinto fece scalpore era la rappresentazione di una donna sul "posto di lavoro" in quanto prostituta (Olympia era infatti un nome molto diffuso tra le prostitute), aspetto sottolineato dal nastrino di raso nero al collo della donna, tipico delle prostitute del tempo.
Anche se la mano sinistra copre il pube il riferimento al pudore e alla tradizionale virtù femminile è ironico. La posa volutamente sprezzante, con la mano sinistra premuta sul ventre, ricorda alcune immagini pornografiche del tempo che, con lo sviluppo della fotografia, cominciavano a circolare clandestinamente nei salotti mondani. Il pittore dipinse la donna di colore per creare uno spazio più "normale", in quanto la presenza di una donna bianca avrebbe conferito allo spazio una tonalità troppo "pulita, ideale", troppo chiara insomma. La figura in questione inoltre si può inscrivere in un triangolo simile a quello creato dalle piega del lenzuolo del letto sulla parte bassa a sinistra, in cui Olympia è l'asse che separa specularmente queste figure.


Regista - A. Marazzi

Recensione Film Documentario 'Vogliamo anche le rose'

Attraverso la contaminazione sapiente di linguaggi integrati e codificati l’un dall’altro, fotoromanzo, filmini di famiglia, inchieste, dibattiti tv, film indipendenti, animazioni, riprese di militanti, la sapiente regista ha costruito un prodotto nuovo, interessante, divertente, che mette in gioco tutti gli stereotipi femminili capovolgendoli.
Il film documentario di Alina Marazzi Vogliamo anche le rose” , titolo tratto dallo slogan usato durante le proteste delle operaie del Massachusetts nel 1912-Vogliamo il pane …ma anche le rose-, rappresenta il tentativo di restituire dignità e consapevolezza alle giovani donne della contemporaneità, ignare del passato, inconsapevoli della propria identità e del valore di quella libertà conquistata con l’impegno, con il sangue, con il dolore di donne che dopo secoli di segregazione spirituale sono riuscite ad emergere da loro stesse e a lottare per la propria affermazione nel mondo, un mondo regolato dalle leggi del patriarcato garantite, protette nel nostro paese anche dai principi dell’integralismo cattolico.
La prima sequenza del film mette in scena, mediante la linguistica pubblicitaria, l’immagine di una donna degli anni ’50 che attratta dalle vetrine, dalle ombre, scorge una sfera magica e mentre la voce fuori campo recita: “Curiosità, curiosità sei donna: vedere, sapere che sarà, come sarà il passar del tempo, il tuo futuro”, lei vedrà riflessa nella sfera l’immagine di una hippy nuda che danza libera su un prato che anticipa quei moti di liberazione della donna iniziati negli anni sessanta in gran parte del mondo occidentale.
L’intero film si serve di queste costruzioni fantasmatiche per strappare la verità ai filmati d’archivio dei dibattiti televisivi, delle inchieste, per poi costruire un mosaico di esperienze che si coagulerà intorno alle tre protagoniste, le cui storie saranno narrate in quanto rappresentative delle diverse esperienze di donne, che nel passato hanno preparato la rivoluzione che stava trasformando l’arcaica Italia.
I tre nuclei centrali del racconto narrano, mediante lo stile diari stico, le esperienze di tre ragazze appartenenti a contesti geo-socio-culturali diversi.
La prima, Anita, ragazza di buona famiglia della Milano bene, racconta l’esperienza vissuta nel 1967, anno in cui i suoi coetanei si trovano a prendere coscienza di loro stessi e della loro volontà d’affermazione nel mondo, mentre lei è costretta a fare i conti con la sua adolescenza e i limiti di quell’educazione restrittiva e dogmatica che le stava creando paure e barriere nell’affrontare il rapporto con se stessa.
La seconda, Teresa, a venti anni vive nella Bari del 1975 l’esperienza dell’amore e della maternità rifiutata perché come recita la sua voce: “Penso solo a mio padre, a mia madre, e che sarebbe stato meglio morire”.
Così deciderà di abortire clandestinamente, poiché l’aborto in Italia diventerà legale solo nel 1978.
Questa sequenza centrale credo sia il momento più alto del film, in quanto mostra con estrema delicatezza e rispetto il dolore, la sofferenza e la consapevolezza di una delle tante ragazze che ha pagato con il proprio sangue il prezzo della libertà dell’amore.
Oggi il tema dell’aborto è ritornato attuale a causa di uomini come Giuliano Ferrara che senza alcun rispetto nei confronti del genere femminile minaccia l’equiparazione dell’aborto alla pena di morte. Le giovani donne della contemporaneità hanno il diritto di sapere quanto la legge 194 sull’aborto sia stata una conquista per la dignità femminile e di quanto sia necessario preservarla da manipolazioni integraliste.
Il terzo racconto è tratto dal diario di una femminista romana del 1979 che a trenta anni cerca di comprendere criticamente la sua vita e la realtà che la circonda mettendo in relazione la vita privata con quella politica, la ragione e il sentimento. Attraverso il suo sguardo ci vengono palesate le contraddizioni e le difficoltà che una femminista doveva affrontare nel relazionarsi con i pregiudizi dell’altro sesso, delle altre donne e con la realtà della militanza politica.
Quando tutti i dogmatismi vengono a cadere e la donna non è più solo figlia e moglie, in che modo è possibile ricostruire il ruolo della donna all’interno di una società frantumata dai cambiamenti?
Oggi come allora, più di allora, è necessario che le donne prendano coscienza di sè, della propria identità e della necessità di proteggere la loro libertà che sta involvendo nel puro edonismo, nell’adesione cieca a quei modelli che gli esperti del marketing ci fanno ingoiare ogni giorno e che ci rendono schiave del vuoto prodotto dalla società dell’immagine e da quei modelli impersonali che quotidianamente stanno assopendo la nostra capacità critica.
E dopo l’entusiasmo che un film raffinato e ironico come questo suscita concludo con questi versi:


Il martirio
A cui le donne s’abbandonano,
chinando la testa,
a cui s’abbandonano
quasi fosse un dovere
scritto nelle viscere della loro pelle,
un dovere di nascita,
è una colpa da cui non potranno redimersi.
Il loro reato contro la stirpe
È la condanna ad una vita sgarbata
Di privazioni che hanno inflitto
A tutta l’umanità femminile
Che aspetta
Impaziente
Di scivolare su questo mondo.

Locandina Film

Il primo manifesto femminista nel mondo

Medea e l’eroismo muliebre (vv. 230/251 e 263-266)

L’eterno mistero femminino da sempre affascina ed intimorisce l’altra metà del cielo. La capacità tutta muliebre di aggrapparsi all’amore e di farne il centro gravitazionale dell’ esistenza è una realtà anche oggi, nonostante le conquiste lavorative e sociali. Figurarsi nel passato, quando, per una donna, non c’erano alternative all’attesa, nel gineceo, del marito reduce da una giornata di svago tra piazza e palestra. Questa vita insoddisfacente provocava certo malumori esasperati dalla freddezza di mariti più dediti all’alcova con ragazzini e prostitute che al talamo coniugale.

Quanto rancore alberga, ad esempio, nelle parole di Medea, tradita da Giasone!

La virulenza della passione non toglie nulla alla lucidità delle sue idee, rivoluzionarie, certo, ma screditate dalla triste situazione di colei che le pronuncia, straniera, donna, in odore di stregoneria e quindi totalmente delegittimata agli occhi degli spettatori ateniesi.

Quel mondo maschilista e razionale tremò, tuttavia, quando, sulla scena, un uomo con la maschera tragica di Medea declamò questo sfogo rivoluzionario: “Fra tutte le creature che sono provviste di anima ed hanno raziocinio, noi donne siamo la specie più sfortunata: innanzitutto, con gran profluvio di ricchezze, dobbiamo acquistare un marito e prendere così un padrone per il nostro corpo: e questo è un male ancor più doloroso del precedente. E in questa operazione c’è l’ immensa incognita: sposiamo un uomo premuroso o un malvagio? Per noi donne, infatti, il divorzio è un disonore e non è possibile lasciare lo sposo. Bisognerebbe essere un’ indovina per prevedere (non avendolo imparato in famiglia) quali costumi e leggi rispetti il compagno di letto con cui dobbiamo avere a che fare. E se lo sposo coabita con noi, che pur ci diamo da fare, sopportando il legame matrimoniale senza fatica, l’esistenza diventa invidiabile. Altrimenti, meglio morire. Quando un uomo sente fastidio nello stare con i suoi familiari, andando fuori sgombra il cuore dalla noia. Per noi è invece necessario guardare ad una sola persona: Ci dicono che viviamo in casa una vita priva di pericoli, ma io preferirei starmene tre volte dietro uno scudo piuttosto che partorire una volta sola.[…] Una donna in tutte le altre cose è piena di paura, come pure è imbelle nel rapportarsi alla violenza e alle armi, ma nessuna altra creatura è più sanguinaria quando viene ferita nella passione.

Naturalmente, Medea non fa da portavoce alle idee di Euripide, che, anzi, ribalta subito questa opinione elencando, per bocca di Ippolito, tutti i difetti che la tradizione misogina attribuisce alle donne. Se Atene accolse lo sfogo di Medea come un’ulteriore dimostrazione della pericolosità sociale di una donna emancipata, non sfugge oggi la drammatica concretezza di tanta disperazione.

IL MOVIMENTO PER L'EMANCIPAZIONE FEMMINILE dalle origini alla fine dell'Ottocento

OPERAIE E NOBILDONNE FIANCO A FIANCO PER L'EMANCIPAZIONE

venerdì 11 dicembre 2009

Autocoscienza femminile

Gli incontri, i confronti tra le diverse esperienze delle militanti femministe sono l'occasione per acquisire una viva coscienza del proprio corpo, della propria condizione, dei propri diritti.

Autocoscienza femminile

Foto Fraire 1

Foto Fraire

Femminismo oggi

“Ogni donna è in profondità una potenziale femminista e lo è per un motivo: nella memoria collettiva, nell’immaginario collettivo oramai esiste una donna che non ha più paura di desiderare”.

La psicologa Manuela Fraire, una delle maggiori protagoniste della stagione del femminismo italiano, non si sente affatto pessimista sul modo in cui l’eredità della sua generazione è passata alla nuova: sono cambiate molte cose, il senso comune, l’orizzonte simbolico in cui ogni donna sente di vivere e fare strada, è cambiata la sensazione della legittimità dei desideri, delle aspirazioni, della libertà.
Seduta sul divano di casa sua, con i suoi gatti di pezza allineati sulla spalliera, la Fraire concede un'interessante intervista per Donna TV il nuovissimo canale online, interamente dedicato alle donne. Si parla di associazionismo femminile, ma più in generale della qualità delle relazioni che dovrebbero instaurarsi fra le donne, in antitesi col modello di relazione basato su rapporti “muscolari”.
La pratica relazionale fra donne pretende un lavoro e una frequentazione assidua, cosa che oggi sembra esaurirsi troppo spesso con i semplici rapporti tra “amiche”.

giovedì 10 dicembre 2009

Video Storia Femminismo II

Video Storia Femminismo I

Famose citazioni femministe

  1. "Le donne hanno le loro colpe. Gli uomini ne hanno solo due: tutto ciò che dicono e tutto ciò che fanno" , Popolare Graffitto Femminista
  2. "Sono fermamente convinta che una donna ha il diritto di giustiziare un uomo che l'ha stuprata", Andrea Dworkin
  3. "Essere una casalinga è una professione illegittima. La scelta di servire ed essere protetta, e di pianificare una vita familiare è una scelta che non dovrebbe esistere. Il cuore del femminismo radicale è di cambiare tutto ciò.", Vivian Gornick, autrice femminista -Università dell'Illinois. Aprile 25, 1981.
  4. "Più divento famosa e potente, e più potere ho per far del male agli uomini", Sharon Stone
  5. "Una donna ha bisogno di un uomo tanto quanto un pesce ha bisogno di una bicicletta.", Irina Dunn (1970)
  6. "Più vedo come son fatti gli uomini, e più preferisco i cani." , Madame de Staël
  7. "Se vuoi che venga detto qualcosa, chiedi ad un uomo, se vuoi che venga fatto qualcosa, chiedi ad una donna." , Margaret Thatcher
  8. "Il cuore degli uomini è freddo. Essi sono indifferenti.", Mother Jones
  9. "Gli uomini si aspettano molto, e fanno troppo poco." , Allen Tate
  10. "Gli uomini hanno sempre detestato i pettegolezzi delle donne perchè quello che sospettano è la verità: le loro misure (del pene) vengono prese e poi paragonate.", Erica Jong


contro la violenza

mercoledì 9 dicembre 2009

Storia sulle donne

Donne: attraverso battaglie e lotte politiche hanno riconcettualizzato la loro stessa storia fino a creare dei veri e propri paradigmi storiografici. Attraverso le parole di Joan Kelly si potrebbe affermare che: ''…non e' solo questione di restituire le donne alla storia, ma soprattutto di restituire la storia alle donne.''
Lo studio storiografico parte con alcune storiche europee e d'oltre oceano ripercorrendo l' her-story e dando la possibilita' a tutte le studiose di storia di potersi riconoscere come autrici e soggetti di una storia che "e'" in quanto altre donne hanno provveduto a ''raccontarla''.
La storia del femminismo americano, dalle prime suffragette ai nostri giorni, trattato nel I Capitolo, e' una storia di donne che lottarono per alcuni diritti elementari: il diritto al voto, al lavoro (ancora oggi terreno di discussione ) e il diritto di partecipare alla vita politica. Donne come Elisabeth Cady Stanton, Lucretia Mott, Susan B.Anthony ed altre ancora, dal 1848 al 1920 intrapresero settantadue anni di battaglie politiche, comizi, manifestazioni, arresti e talvolta condanne per poter affermare il diritto al voto. Questo primo femminismo americano rappresenta, se si vuole, l'aspetto piu' sanguigno della storia al femminile.
Per una buona parte del XX secolo il loro ricordo fu soppiantato dal placebo di una parita' raggiunta rappresentata da donne in prima linea durante la prima e la seconda guerra mondiale, aviatrici, dottoresse, studentesse universitarie sempre piu' numerose, ma anche da una nuova era dove elettrodomestici ultimo modello ed il progresso entravano in casa e l'industria cosmetica, nel 1929, spendeva in pubblicita' quasi quanto l'industria alimentare, la quale pero' era di diciassette volte piu' grande. La donna, cosi', perdette il diritto a considerarsi di fatto tale e la cosidetta ''mistica della femminilita''' prese per buona parte degli anni '50 il sopravvento.
In Italia, anche se la lotta per il voto avvenne ad un livello piu' parlamentare, figure di spicco come Anna Maria Mozzoni o Anna Kuliscioff combatterono con il medesimo fervore, per i diritti della donna lavoratrice e la riforma del codice civile. Le storiche femministe costituirono, al di la di tutto, un punto di partenza per una storiografia al femminile, ma fu decisamente con le prime concettualizzazioni del ''gender'' che questa acquisto' una sua dignita'. Al termine ''gender'', che possiamo inizialmente tradurre come ''ruolo sessuale'' storicamente determinato in una persona in quanto appartenente alla categoria della mascolinita' o della femminilita', venne attribuita una posizione di centralita' assoluta ed anche, all'interno del dibattito storiografico.
Questa ricostruzione storiografica femminile passa attraverso alcune importanti figure di storiche americane, tra tutte Natalie Zemon Davis che con il suo fondamentale articolo del 1976 ''Women's History in Transition:The European Case'' presentava un ''gender'' ancora in fase embrionale, che sarebbe esploso in tutta la sua ricchezza e problematicita' nella prospettiva storica elaborata da Joan Scott nel 1989.
Attraverso il saggio di questa storica americana, il ''gender'' usato come categoria storiografica ridefinisce ora i rapporti sociali ed istituzionali tra maschile e femminile e nel campo politico diviene fattore principale nelle manifestazioni dei rapporti di potere.

Blog da analizzare

Nella pagina da analizzare l’articolo “Il Rispetto” presente in primo piano è sicuramente toccante, ma mi chiedo:

si tratta di tardiva solidarietà o l’autrice sul serio dopo anni in cui il problema non l’ha sentito o sottostimato si è improvvisamente accorta di cosa fosse anni fa la condizione femminile?

Beh, a me sembra che la verità stia nel mezzo e che tanti passi avanti si sono fatti, certo tutto è perfettibile però il problema da che parte sta? dopotutto gli ultimi segretari di stato americani sono donne, persino nelle filippine c’è un presidente donna, riguardo all’Italia ...conosciamo tutti i “meriti” di alcune ministre donne… Non credo che gli uomini di oggi manchino troppo di rispetto alle donne certo ci sono tanti casi terribili, ma non si può e non si deve generalizzare altrimenti potremmo essere accusate di essere delle cattive madri perché qualche puerpera uccide il suo neonato…

Seni donna

Un’esperienza di libertà

È incontestabile che la guerra abbia costituito per le donne un’esperienza senza precedenti di libertà e responsabilità: in primo luogo, attraverso la valorizzazione del lavoro femminile a servizio della patria e l’aprirsi di nuove possibilità professionali, nelle quali hanno l’opportunità di scoprire, spesso con soddisfazione, come si utilizzino strumenti e tecniche nuovi. La guerra per necessità infrange le barriere che dividevano rigidamente i lavori maschili da quelli femminili, precludendo alle donne molte professioni di livello superiore. In Francia nel 1914 si annoveravano già alcune centinaia di donne medico, alcune decine di donne avvocato che hanno addirittura la possibilità di patrocinare cause al Consiglio di Guerra, e la maggior parte delle scuole di ingegneria e di commercio ammettono tra gli allievi delle giovani. Coperte di elogi e accolte a braccia aperte nelle scuole per ragazzi, le insegnanti godono di un migliore trattamento e la professione diventa a maggioranza femminile, a scapito degli insegnanti maschi che temono di essere estromessi; anima delle comunità rurali, esse spesso sostituiscono il sindaco assente. Ovunque le ragazze penetrano nei bastioni delle grandi scuole superiori, come la Sorbona o Oxford. Ovunque le mansioni affidate a donne (caffè, hotel, banche, commercio, uffici amministrativi) rendono le donne visibili nello spazio pubblico, facendo apprezzare, malgrado qualche brontolone, le loro qualità di onestà e di precisione. La maggior parte delle lavoratrici prendono coscienza delle proprie capacità e apprezzano la nuova indipendenza economica. Tanto più che il lavoro di guerra, in particolare nelle fabbriche di armi, è un lavoro ben pagato, il doppio, o anche di più, rispetto ai bassi salari solitamente corrisposti nei settori femminili.

Per le donne e le giovani del ceto medio o agiato, abituate alle opere caritative, la guerra rappresenta un periodo di intenso attivismo che altera la chiusura sociale, come pure la rigidità dei modi di abbigliamento e di socialità borghesi. La fine del busto, l'accorciarsi delle gonne, la semplificazione dell'abbigliamento liberano i corpi e rendono più sciolti i movimenti. Inoltre le ragazze non hanno più uno chaperon.

Le più grandi si impegnano come le loro madri nelle società della Croce Rossa o in altre organizzazioni di soccorso. Infermiere o ausiliarie che siano, scoprono, rapida iniziazione alle realtà della vita, il sesso maschile, la carne, le classi popolari e persino i popoli di colore. Sopraffatti dall’afflusso dei feriti, i servizi di sanità militare accolgono migliaia di volontarie, affidano loro la direzione di ospedali ausiliari o la guida delle ambulanze, le mandano persino al fronte.

Personificazione dello spirito di sacrificio, l'infermiera, angelo e madre, è il personaggio femminile più glorificato del tempo di guerra, tema prediletto dagli artisti di guerra cui piace molto l'immagine del velo svolazzante cui si affida il cieco. "La più grande Madre del Mondo" si legge in un manifesto americano della Croce Rossa, la cui iconografia – una gigantesca infermiera che culla un uomo miniatura immobilizzato su una barella – sembra piuttosto sottolineare un nuovo rapporto tra i sessi. I soldati, in maggioranza di estrazione popolare, mentre apprezzano la quiete dell' ospedale, si sentono contemporaneamente umiliati e ricondotti a una dimensione infantile da queste donne distaccate che li vedono nella loro fragilità e li curano come bambini, per rimandarli poi al fronte.

Al di là dell’ideologia del dopoguerra, fatta di ascetici combattenti e di spose-vedove fedeli, sappiamo assai poco sul privato della guerra. Sensibile è l’aumento del numero di illegittimi durante il conflitto o l’esplosione dei divorzi al ritorno dei combattenti. L’ossessione della morte altera i rapporti con l’altro, rende l'amore più esigente e insieme più futile, allenta la lunga ritualità del fidanzamento e forse contribuisce, come propone Michelle Perrot, "all’avvento della coppia moderna basata su un'esigenza di realizzazione personale e non più patrimoniale".

In Italia, l’esperienza femminile assume forme rivoluzionarie in quanto la guerra – l’Italia entra nel conflitto a fianco degli alleati nell’aprile 1915 – stravolge gli elementi tradizionali dell'identità femminile, il privato, la vita domestica, la riproduzione. E questo in un paese profondamente segnato dal codice mediterraneo dell' onore, dalla morale e dall'educazione cattolica. Si individuano queste trasformazioni nelle immagini fotografiche, dove, per la prima volta, si vedono donne inserite nel settore pubblico, impegnate prima in opere assistenziali, poi, progressivamente, sempre maggiormente coinvolte nella sfera produttiva, donne dallo sguardo franco, le mani operose, il portamento fiero e virile.